Settembre
Inizia così, che lo aspettavi anche da un po’. Quell’altro, lo ammetto, lo vedevo un pochetto in agonia, disorientato, ormai. Era tempo che finisse.
Viene settembre, che è il mese in cui nasco, in cui riparto (a volte) , in cui ripenso (la maggior parte delle volte). Lui è quella via di mezzo tra la conclusione di un ciclo e l’inizio di un altro. Il tempo che cambia, le giornate che paurosamente si accorciano, il buio che viene prima, che scende giù quando nemmeno lo si aspettava più di tanto. E non si ferma mica, eh. No, continua a scendere sempre più giù fino all’autunno che poi si sa, regala i marroni ed i rossi e gli aranci, in tutte quelle tonalità, ommadonna.
Settembre, dove qualche volta era mare, ma era tanto tanto tempo fa dove ancora era scuola e quaderni e diari e penne e profumi. I profumi della carta di quella ‘nuova’, di quella intonsa. Ed io che speravo ingenuamente che quell’anno fosse sempre l’anno delle nuove edizioni, che desideravo ardentemente il tomo nuovo di stampa. Ricordo che sui libri, quelli scolastici questa cosa poi negli anni cambiò trasformadosi in un apprezzamento più vivace e colorato per i testi usati, già sottolineati, vissuti, unti della pelle altrui, quasi. Li rispettavo molto di più, conferivo a quel testo il titolo di saggio e non me ne liberavo più.
E’ stato tante cose settembre, si. Un po’ come un sabato, poichè cambiava repentinamente tutto di nuovo e perchè qualcos’altro finiva scemando e iniziando ancora. Ricordo che inizia con la voglia di festeggiare e con quel due sul calendario che ho preso come numero fortunato nella vita e che raramente però mi gioco a qualche lotteria o riffa che so. Il due che rimane lì con il titolo di numero fortunato e ancora ad oggi, che mi affaccio sui 32, ancora bene non ho capito se davvero fortunato per me lo è stato o lo sarà.
E’ bello però vedere, come ogni caso, questo mese ti cambi sotto gli occhi, come differisca negli spigoli e nelle discese, come si alimenti della tua attesa e dello sguardo che sopra vi riponi.
Settembre è un mese catarifrangente, che attira l’attenzione di chi lo guarda da lontano, di chi lo illumina, di chi ha la fortuna o il lusso di viverlo davvero come un mese qualunque, un mese di passaggio.
Er tunica
Tutto questo scalpore, questo rumore di fondo di questa gente che si lamenta, del singolo politicuccio dell’opposizione, dell’opposizione stessa, di qualche normale cittadino a bordo strada appena passano ‘ste dumila macchine coi vetri scuri e polizia e difesa e cazzi e smazzi della repubblica italiana nostra, loro meglio.
Perché lo scalpore proprio non c’è.
E’ cosi e la cosa molto più sadomaso di questa storia ormai è che ce lo fanno sotto gli occhi, al massimo della forma e dello smalto possibile. Numeri da giocarseli in qualche modo oscuro, magari ci scappa sto’tre: ottocento invitati, cinquecento hostess, ‘na trentina di cavalli, le amazzoni, i G.I. Joe donna, le alabarde spaziali e gli occhiali alla cieco a mezzogiorno, gli spostamenti in città, zero preavviso per l’arrivo, le scorte. Perché gliela fatta a prescindere: vai di riflettore, monta ‘sta tenda, ti do tutto quello che te pare, basta che la fai più zozza possibile, Gheddà.
La Fiat, il lavoro, la fiducia, la gente, basta che me la fai zozza Gheddà, starò pure in crisi, mai fai come ‘te pare, t’ho detto.
Non c’è niente che non vada, è tutto come da copione, facciamocene una ragione, giocano al piccolo monopoli.
L’acqua calda è sempre troppo calda
(piccola premessa: nel mio linguaggio aulico ed ortodosso, l’espression “pezze ar’culo” identifica uno stato di scarsa agiatezza e difficoltà nel vivere il quotidiano ed il rimanente mese fiscale contabile, così come la vita ed i progetti ad essa affidati. La uso moltissimo e la maggior parte delle volte nei più svariati contesti. Poi mi garba poichè riassume e sintetizza un male purtroppo diffuso nel sistema Italia)
Girando stamattina con la macchina per due, tre piccole commissioni, mi è venuto da guardare con maggiore attenzione la mia città natale, Frosinone e di stabilire subito dopo qualche minuto e diversi isolati che nulla o poco cambia ed ha voglia di cambiare.
Novità poche, pochissime, a parte l’ascensore mono cabina che ti porta dalla parte alta della città alla parta bassa della stessa in pochi minuti. Ora, passata l’euforia da “macchina del tempo” del sopra-citato ascensore e scendendo un po’ più nel dettaglio con diversi amici, i toni sull’attuale condizione del capoluogo laziale, sono sempre più sommessi.
Sfogliando i quotidiani locali, ben due e dello stesso proprietario (…) non si evince assolutamente un velato vento di preoccupazione, tutt’altro. Le pagine affidate alla politica locale sono le solite accozzaglie di marchette travestite da giornalismo obiettivo ed autorevole, ma che alla fine non dicono niente di niente. Un mix di faremo, si farà, avvieremo, ci stimo muovendo per. Il nulla. Ora acqua calda a parte, perchè la popolazione seppur provinciale e notoriamente ricordata di origini molto rustiche si ostina a continuare a vivere sotto il perenne velo del non sa/non risponde?
L’unico focus che vedo coltivare è l’apertura delle gioiellerie in centro. Ne aprono ancora, come i negozi di abbiglimento (questi ultimi chiudono sistematicamente dopo n-mesi) ne aprono a raffica. E i macchinoni, quelli poi. La sportiva tedesca di importazione nonostante tutto rimane una presenza costante (mettiamo che un bel 45 % sia di gente che evade, perchè evade, ma il resto?), come l’abitino della marca in voga tra i “borghesi” della città e che in molti fanno a gara per imitare. Quando però, stringi al sodo e ti siedi attorno al tavolino del bar o del “wine bar” (che fa figo) a parlare, a chiedere e domandare, la maggioranza statistica dei miei coetanei non naviga in buone acque, anzi. E mi continuo a chiedere il perchè di tutto questo: perchè. Ancora ci si affida ad una classe politica vecchia, nefasta, poco chiara, inconcludente che regola le sue attività solo con l’antichissimo meccanismo dei favori, del “se conosci quello li”. Questo è un capoluogo (uno degli ultimi per qualità di vità nel nostro paese) e mia città natale, a settembre 2010. Questo è.
Poi bellissimo ascoltare confidenze di cotanta verità “…ti ricordi TizioCaio eh? Si, certo, l’avvocato perchè? No, è che non stava facendo granchè il suo studio, ed allora dato che amico dell’Onorevole CaioSempronio è stato assunto in banca “al volo”, per stare un o’ più tranquilli…”
Con le parole poco si spiega e magari si spiega pure male, ma è davvero ultra-mega-triste accettarlo, rassegnarsi (perchè non si pensi che si cambia un movimento culturale di decine di migliaia di capoccie e generazioni alle spalle comprese, in un batter d’occhio), così è, così resterà a meno di radicali e drastiche rivoluzioni.
Un’ apocalisse, che so.
Per quest’anno non cambiare stessa spiaggia, stesso mare
Al final di tutto, scherza e ridi, per uno che non è abituato da molto tempo a fare vacanze e “ferie” (parola che comincio a detestare nel tempo, solo per l’aspetto fonetico più che altro), basta un concentrato di una settimana di piccoli avvenimenti che sommati tutti insieme ti danno quell’impressione di ‘vacanza’ attuatasi con completezza di nota.
Un ospite iberico che hai visto crescere fin da piccola e che ti si riprensenta dinanzi agli occhi con la vivacità di una che vive il proprio tempo, che ha 20 anni, lascia mammà e se ne va in Urugay a sognare vita migliore ed a trovare l’amore. Che quattro anni più tardi ritorna, tutta compita e posata, ricca soltanto di una nuova esperienza e di un bagaglio sensibilmente più pesante di vita. Ed io, chissà che credevo facesse in Urugay.
L’ospite che merita tutto il supporto possibile è stato scorrazzato a destra e manca, in un turbinio di giornate in cui essere accompagnatore, autista e interprete. Poi quella lista stretta, ma importante, di persone da salutare assolutamente ora che ero da queste parti e l’incasellare agende da politico sulla cresta dell’onda senza l’aiuto però di procaci segretarie.
Passano veloci quei sei, pure sette giorni tra un luogo e l’altro, crollando la sera stanchi come da bimbi, quando si era corso tutto il giorno sotto il sole. Riesco persino a farci uscire un ripasso turistico della bella Florencia che da tempo non vedevo e nemmeno fotografavo.
Insomma, per farla breve, l’estate è quella cosa che ti riempiono di tutto un po’, che ti agitano dinanzi all’improvviso e ti dicono bevi, dai. Messa così, fatta improvvisamente di giornate da riempire anche con repliche di giornate che trascorri da una vita intera negli stessi luoghi di sempre, può diventare paradossalmente l’alternativa a quello che non puoi fare. E si, sentire i racconti altrui, sempre più ha significato ascoltarli e basta senza andare troppo in la con la fantasia. Ero e sono solo concentrato su quello che ci sarà da fare al rietro alla normalità, che nemmeno tanto tempo fa ho lasciato a Milano.
Ti volti un secondo almeno ed è già fine agosto. E’ già tempo di sognare altrove, per altro ancora.
Prima o poi
*(grazie Andrea)




















