potrebbe essere come un gatto che si morde la coda. O un cane, è uguale.

Torno a far girare le conversazioni (iddio) per una volta , con gli strumenti di sempre. Lo faccio in seguito alle parole di Auro, che mi toccano dal vivo e pure dal profondo.
Quindi dato che la mano mi fregola, mi concedo il lusso di fare outing, ripromettendomi di non cascarci più. Almeno per un po’.
Perchè se saggiamente cablate alla sua personalissima vita ed al suo personalissimo spazio, leggendole ho strabuzzato gli occhi, poi annuito e subito dopo ancora aver voluto scrivere. Come un pizzicotto nel fianco. Non è un dramma che afflige la mia esistenza, ma lo è stato, ed anche in maniera costante. Stalking puro applicato al sentimento “amicizia”.

ogni tanto mi chiedo se ci rendiamo conto del male che facciamo ai nostri amici quando disattendiamo le aspettative che loro costruiscono su di noi. ogni tanto mi chiedo se ci rendiamo conto del male che ci fa sapere che le aspettative che loro hanno risposto in noi sono diverse da quelle che noi speravamo costruissero.

E magari me lo son chiesto anche io e ove dovuto, accettato dolore e rimorsi, per un compito non portato a termine, come si doveva. Un occasione perduta o buttata, con gesto sportivo, al cesso.
Averci provato a nostro modo e non esserci riusciti. E’ umano, man. No ? Forse.
Ho fatto i miei mea-culpa nei casi etichettati “attentati contro i rapporti di valore”.
Ci ho messo la faccia, poi la dignità  senza problemi. Mi sono messo in gioco in quei rari, ma preziosissimi attima di esistenza, in cui tranquillamente ti puoi dire tra te e te “Tranquillo, questa è davvero vita, vai, non stai perdendo tempo, godi
E poi mi chiedo : e se succedesse (come è nell’implicito caso) il contrario ?
Cioè , se fossero proprio le aspettative che io stesso mi costruisco sugli amici (Generico a manetta,eh) ad essere così tanto disattese ?
Ed in taluni casi così puntualmente. Quasi un inno all’esser recidivi.
Perchè forse, è anche questo (dentro l’effimero che mi circonda) il motivo che nelle ultime settimane, quasi mesi, mi ha messo il bavaglio.
Il timore, inutile e rafforzativo di un’idea che da un po’ mi sono fatto. Il fatto che, questo accada per quelle persone che per meriti di servizio o anzianità , meritino l’appellativo di : amici.
Perchè è di quello che si sta parlando. Di quanto, come un meccanismo di riflesso scatti in chi depone aspettative o quanto meno simboliche speranze. Ed è solo per quella parola, Amico, che mi vie voglia di continuare a blaterarci su. Ripromettersi di fregarsene è cosa buona e giusta per quanto concerne la mia etica condotta. Approvo i momenti, in cui ragionevolmente ci si è chiariti e capiti. Lo scatto di carriera alla categoria “conoscente” può avere i suoi vantaggi, per entrambi.
Ma al contrario, per l’altra metà  del cielo, sbattersene serenamente i coglioni, con grande diplomazia e senza rancori diffusi o guerre ideologiche esistenziali.
E’ che ognuno sceglie la propria strada ed in qualche modo le due parti in oggetto (amico-amico) se ne danno comunicazione.
Stop.

Contender

ommenti

  1. Ognuno di noi finisce con il far del male, magari senza volerlo, ai nostri amici, gettando su di loro speranza, sfoghi, frustrazioni e sorrisi. Finiamo con il vivere rapporti simbiotici con qualcuno, a sentirci senza fiato se non ci ascoltano, perché magari hanno i loro di problemi. Ma a volte abbiamo bisogno di ancore, di appigli, perché da soli non ce la si fa. E quando ti mollano, stanchi, è il momento peggiore. perché ti tocca sbranarti da solo…

  2. A quell’ “inno all’esser recidivi”, che tanto bene conosco, cerco di rispondere con tutta la leggerezza di cui sono capace. Le cicatrici, di solito, tirano di notte, quando si è più fragili. E ancora non ho capito se è più dolorosa la disillusione in sè o il ricordo sulla pelle che se ne deve conservare.

    Un post toccante, per riflettere, anche nostro malgrado… ;)

  3. entrambi sono dolorose, ma più guaritrice è la voglia di andare avanti e conoscere il proprio futuro. E tanta nuova gente, spesso.

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