Io amo la Formula Uno, anzi l’ho amata tanto, in maniera a tratti iper passionale, da vero ultras calcistico per fare un parallelo. L’ho vista con occhi ravvicinati fin da piccolo, ci portava nostro padre amante anche lui e via di questa cosa cosi veloce, costosa e affascinante competizione in nome della velocità, poi dello sport.
Le gare viste da vicino son belle ma dopo un po’ il brivido si ripete solo una volta al giro: quella in cui la macchina passa davanti a te, davanti la vostra tenda, assieme alle tende di altri millemila piazzati in quella curva o su quella collinetta di un impianto sportivo romagnolo a caso. Quando arriva quel momento, bè tutto si riempie, tutto ne vale la pena, rombo, istante e velocità. Questo, poi un attimo, un accelerazione e via, con quelle gomme che viste da uno che c’aveva 15 anni, apparivano enormi. Un misto di suoni, stridenti poi che si gonfiano pomposi, selvaggi e un sibilo, come un onda, che alla fine lascia la sua scia.
Autodromi, macchine, motori, e posizioni. Le qualifiche , le prove, il warm-up. Succede che te le guardi dopo una decina d’anni sul sofà bucherellato e vederla così, con quel brio da formichiere, con quelle immagini cadenzate etc etc, hai la grande riconferma che la Formula Uno purtroppo per lei, vista nel piccolo schermo riesce a scartavetrare le palle il quano basta, per giudicare anche chi la commenta come il vero assasino del presunto spettacolo domenicale.
Era meglio quando ero piccolo, ti dirò.
