Papà

E’ normale che un post del genere lo si scriva proprio nel giorno della festa del papà, che tanto ho aspettato per le parole che erano troppe nella testa e nel cuore.
Un post, su un coso di quelli che sempre leggevo e che mi portava a stare tante di quelle ore davanti allo schermo che più di una volta mi hai chiesto che tipo di lavoro potessi fare. Non riuscivi bene a capirlo i primi tempi, poi.
Il mio mondo come lo ricordo, è cambiato improvvisamente alle sette e trenta del mattino di quel sette marzo, in cui ho cominciato a non capirci più nulla.
Tutto cambia, tutto diventa se vuoi più chiaro. Drammaticamente più chiaro.
L’affanno, la confusione, le lacrime, quelle più disperate, forti e scroscianti.
L’impotenza ed il rimpianto di stare a 800 km e il non averti stretto la mano un momento prima.
La consapevolezza di non averti più, di mettere il ‘mai più’ per tante cose, troppe.
Il doversi organizzare e il dover razionalizzare, sforzi che nei primi istanti diventano utopia pura.
Il mondo gira, corre, non si ferma e va. 
E tu, comune mortale, te ne stai su quel mezzo pubblico con la più brutta delle notizie che si possa mai ricevere, nel più brutto giorno della tua esistenza.
Guardi le persone, ti soffermi sui volti: è la vita baby, è la morte baby.
Ho vagato in quella Milano che non eri mai riuscito a vedere, che non ti ha mai visto arrivare da me. Quella famosa cena insieme, magari all’aperto, magari bordo navigli, magari sì.
Quella mattina e nei giorni successivi, quelli del funerale, dei parenti e della serie più lunga di accadimenti rituali legati alla morte che mia mente possa ricordare.
Ripetere la stessa identica cosa a tutti gli amici, i parenti e le persone care.
E no, non vuole essere una fatica, ma una cosa che con la sua straziante ripetizione ti tocca dall’interno.
In ognuna di queste singole frasi riferite in quelle ore a chi mi è stato vicino (una enormità di esseri umani, che abbraccio singolarmente uno ad uno, adesso) ho sempre rivisto la tua faccia, le tue espressioni, quelle che rimarranno indelebili nelle mia mente.
Ho pensato a qualunque cosa riguardasse te, nel tempo che da Milano mi separava da casa.
Ho ricordato tutto quello che mi hai insegnato, tutte quelle primordiali azioni verso il mondo che sono partite dalle tue mani, dalle tue parole dette all’orecchio, dal tuo chinarti accanto a me perché troppo piccolo ancora.
Il tuo ‘leggere l’orologio’ o ‘allacciarmi le scarpe’ quel must di indicazioni che mi avrebbero spianato le porte di quella cosa tanto bella e tanto dura che si chiama ‘vita’.
In tutte le cose che facevo o che dovevo fare, in quel sette marzo c’eri tu.
E ci sei ancora, come un confidente costante a cui chiedere consiglio in gran segreto.
E lo stesso nelle ore che sono seguite e nelle intense giornate che sono venute dopo.
Sapevo che sarebbe stato forte stare in quella stanza, così accroccata da questi ospedali in cui una targa con su scritto ‘camera mortuaria’, ha l’ambizione di concedere privacy e riserbo alla famiglia che vuole per l’ultima volta guardare in volto il proprio caro.
Sono sicuro avresti odiato tutto quello, proprio per l’astio che avevi con i funerali e con le scene di dolore che si vedono in queste occasioni, ma sappi che mi è tanto servito poterti almeno sfiorare la mano in quell’istante e cogliere per l’ultima volta, quell’espressione forzatamente tua.
Porterò con me ogni singola cosa vissuta insieme e forse coltiverò ancora per lungo tempo il rimpianto e il rimorso per non aver poututo vivere tutti quei momenti per cui mi son sempre detto “Ora, appena stai meglio, facciamo tutto”.
Mi mancherai e mi manchi ogni giorno che apro gli occhi e ad ogni sera che sto per chiuderli, mi mancherai per tutto quello che non siamo riusciti a fare insieme, mentre userò le cose fatte in due per elevarle a corazza per tutti i momenti brutti e solitari che mi aspettano insieme al ricordo di te.
Quante volte mi son detto che fosse troppo presto per te, che forse avevi smesso di lottare o che ancora la malattia era troppo grande anche per la tua scorza così dura.
Sono felice che adesso non soffri più, che non stai più male e che, con molta probabilità, stai meglio anche di prima.
Rimarrai sempre quell’uomo misterioso e che non era mai a casa, quell’uomo che lavorava un sacco e che nella sua vita si è sempre ammazzato per tutto.
Rimarrai quella divisa e quell’atteggiamento forte, a tratti burbero.
Rimarrai nel mio cuore, per sempre e più semplicemente, il mio papà.
Ma non preoccuparti, faremo tutto, proprio come avevamo detto.
Te lo prometto: ora dammi la mano papà e dimmi che andrà tutto bene.

18 Comments

  1. Mi dispiace tanto. Mia madre se n’è andata il 10 marzo di un anno fa. È un dolore che non passa. :*

  2. Giovanni Sorgente marzo 19, 2012 at 16:08

    Un testo toccante, sentito, molti di noi hanno assistito alla dipartita improvvisa di persone care. Quando perdi un genitore, va via una parte di te, della tua storia e della tua vita (nella maggior parte dei casi è così). Il sentirsi soli è una sensazione davvero desolante, si ritorna per un attimo bambini e chiedi ancora una volta di prenderti per mano. Ho le lacrime agli occhi, corro a baciare il mio papà.

  3. Ste, davvero non sapevo. Ne apprendo solo ora e non ti ho scritto nemmeno una riga. Solo per dirti che ti sono vicino, e per quello che vale, ti mando un abbraccio.
    Mi hai fatto pensare a quanto si è impreparati a tutto ciò e quanto è altrettanto importante vivere ogni istante accanto a chi si ama, il resto non conta.
    Ciao fratè.

  4. Ieri è stata una giornata particolare e …mi sono imbattuta in questo tuo post. Forse qualcuno a me molto vicino potrà trarre forza dalle tue bellissime parole. Io ne sono rimasta molto colpita e commossa. In attesa di incontrarci presto ti mando un sincero abbraccio.

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